Manipolazione Fasciale

La manipolazione fasciale è nata come manipolazione neuroconnettivale: la manovra terapeutica si proponeva di lavorare il tessuto connettivo per renderlo più fluido creando così un ambiente più fisiologico alle terminazioni nervose libere.

Il connettivo è l’unico tessuto che modifica la sua consistenza se è sottoposto a stress (plasticità) e che può riprendere la sua elasticità se è sottoposto a manipolazione (malleabilità).

Inizialmente si lavorava nel punto dove si localizzava il dolore e cioè nelle varie articolazioni. La metodica era molto simile a quella proposta da Cyriax o dalla fibrolisi diacutanea. Tuttavia in alcuni casi non si poteva lavorare l’articolazione, in quanto le parti molli erano infiammate, e allora si cominciò a risalire al motore muscolare, che agiva su quell’articolazione. Per ogni articolazione corporea si cercavano  punti che potevano normalizzare le funzioni dei vari muscoli che agivano su essa.

Le patologie dell’apparato locomotore erano considerate come disfunzione del singolo segmento.

Il tessuto connettivo era visto come un elemento distribuito uniformemente in tutto il corpo.

Leggendo quello che era stato pubblicato era evidente che questo tessuto non era una massa informe, ma era organizzato in fasce che accompagnavano le catene mio-cinetiche.

La metodica ora considera il riequilibro tensionale della fascia e non più la fluidificazione del singolo punto di connettivo. Quindi si è deciso di chiamarla “Manipolazione Fasciale”.

La metodica si basa su tre pilastri:

ricerche biologiche, fatte sull’istologia della fascia presso l’università di Padova;

ricerche anatomiche, fatte presso l’istituto di anatomia René Descartes di Parigi;

ricerche fisico-matematiche, osservando la disposizione delle fibre muscolari.

  Da questi studi risulta che la fascia non è una membrana uniforme stesa sotto la pelle con la funzione connettiva, ma è un: 

elemento coordinante le unità motorie (queste sono riunite nell’unità mio-fasciali);

elemento di unione delle catene muscolari ipsodirezionali (sequenze mf);

collegamento, tramite i retinacoli, fra le articolazioni corporee (spirali mf).

   Queste strutture mio-fasciali possono spiegare molte organizzazioni motorie finora attribuite al sistema nervoso centrale. Queste ipotesi innovative vengono supportate da numerose citazioni tratte dai testi di anatomia e di fisilogia. 

La manipolazione fasciale è una terapia manuale, che deve essere sorretta da conoscenze anatomo-fisiologiche. Questo principio è riassunto dal motto della metodica: “Manus sapiens potens est”, cioè la mano riesce a risolvere bene il problema solo se ne conosce l’origine.

La salute di qualsiasi organo o apparato è il risultato dell’equilibrio fra le parti. Nell’apparato locomotore questo equilibrio è testimoniato da una postura armonica.

Le sequenze mio-fasciali gestiscono la verticalità del nostro corpo. Se le fasce fossero disposte solo parallelamente alla colonna vertebrale darebbero la stabilità, ma impedirebbero il movimento. Solo le fibre collagene endofasciali disposte a spirale (fibre a S della fascia addominale e toracolombare) permettono il movimento senza far perdere la stabilità.